Lo Shuttle Challenger: le sue parti strutturali

Lo Shuttle Challenger si alza in volo nella sua ultima missione. Tutto sembrava normale in quel lontano 28 gennaio 1986, un’insegnante a bordo tra gli astronauti, ma dopo 73 secondi avvenne lo scoppio. Crediti NASA.

(Continua)

I due Solid Rocket Boosters (SRB) forniscono la maggior parte della spinta necessaria per mettere lo Shuttle in orbita. Sebbene i razzi solidi siano meno complicati e meno costosi dei motori a propellente liquido, come quelli utilizzati sullo stesso Orbiter (o navetta Shuttle), il loro svantaggio principale è che non possono essere spenti. Una volta accesi, i due SRB continuano a a bruciare a pieno regime, fino a quando non esauriscono la loro riserva di combustibile. Dopo aver concluso il loro lavro e sollevato lo Shuttle fino a portarlo ad una corretta altitudine di 45 760 metri, gli SRB vengono sganciati e fatti cadere nell’oceano con piccole cariche esplosive. Qui, in aperto oceano, vengono recuperati con particolari rimorchi che tirano i booster per farli tornare a riva, per venire successivamente ristrutturati  e utilizzati in un volo ulteriore.

Lo Shuttle Challenger sulla rampa di lancio. Si vede un pennacchio di fumo nero proprio in corrispondenza dell’O-ring del booster. Crediti NASA.

Lo scopo del serbatoio esterno, quella parte dello Shuttle più grande e ben visibile perchè di colore arancione, è quello di portare il combustibile liquido necessario per i tre motori principali dello Shuttle situati nella parte inferiore dell’Orbiter.

Oltre agli SRB, questi tre motori che utilizzano un carburante liquido, forniscono la spinta necessaria per raggiungere l’orbita. I motori principali richiedono una grande quantità di propellente liquido nei quasi nove minuti che sono in funzione. Questo propellente viene a trovarsi entro il serbatoio esterno (External Tank). I due terzi del serbatoio inferiore sono riempiti di idrogeno liquido, mentre un terzo della parte superiore del serbatoio è riempito con ossigeno liquido.

Questi propellenti raffeddati criogenicamente vengono caricati diverse ore prima del volo nell’External Tank (ET) attraverso un sistema di tubi situati nel complesso di piattaforme situate nel complesso di lancio. Durante il lancio, i propellenti liquidi sono riversati dentro l’Orbiter o Shuttle per alimentare i tre motori principali (Main Engines)  fino a circa 8 minuti e mezzo prima del lancio. A questo punto, lo Shuttle ha il Main Engine Cutoff (MECO), l’interruzione con l’alimentazone, e la fornitura del serbatoio esterno ET si ferma. ET si stacca dall’Orbiter ad un’altitudine di circa 111 355 metri. Essendo l’unica parte non riutilizzabile dello STS, il serbatoio ricade sulla Terra e brucia al rientro sopra l’Oceano Indiano.

Una sequenza di tre immagini che mostra l’istante prima della distruzione totale dello Shuttle Challenger. Crediti NASA.

Terribile vedere la gioia sui volti e poi la sconvolgente verità della morte dei loro cari… Terribile accettare la non riuscita della missione, di un lancio che doveva essere spettacolare e che invece ha mostrato la fragilità umana e la possibilità di errore. Ha mostrato ancora una volta che si può morire anche lassu, in cielo. Rivedere queste immagini è sempre toccante, nonostante siano passati così tanti anni…

Prima parte dell’articolo: https://tuttidentro.wordpress.com/2012/08/02/shuttle-challenger-molti-anni-dopo

Fonte: http://www.aerospaceweb.org/question/investigations/q0122.shtml

Ceremony Commemorates 20th Anniversary Of Challenger Accident –
http://www.zimbio.com/pictures/6lLlf6kcqL6/Ceremony+Commemorates+20th+Anniversary+Challenger/GbB-rhR0MHA/June+Scobee+Rogers

Sabrina

~ di Sabrina su 4 settembre 2012.

Una Risposta to “Lo Shuttle Challenger: le sue parti strutturali”

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