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L’Astronomia nella Divina Commedia di Dante (I parte)

Posted in Astronomia on 9 Luglio 2009 by Sabrina

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La Divina Commedia di Dante rappresenta le opinioni prevalenti al suo tempo, intorno all’anno 1300, sulla struttura dell’Universo. In generale, è rischioso trarre conclusioni sul livello della conoscenza scientifica di un’epoca sulla base di allusioni di carattere astronomico contenute in opere poetiche: per esempio, chi volesse giudicare del livello dell’astronomia dell’Ottocento attraverso i romanzi, giungerebbe alla conclusione che nulla si sapeva a quel tempo del moto della Luna. Vi si parla abbastanza comunemente della falce di Luna al primo quarto che sorge di sera, o della Luna piena che sale alta nel cielo d’estate, ecc. Ma nel caso di Dante è abbastanza legittimo farlo, perché sia nel poema sacro sia negli altri scritti si dimostra pienamente all’altezza della cultura del suo tempo. Egli era un allievo di Brunetto Latini, che durante il suo soggiorno in Francia, dal 1260 al 1267, era stato contagiato dalla mania per le opere enciclopediche assai diffusa nel paese e che aveva composto la sua celebre opera, Li Livres dou Tresor, in francese. Come per tutti i libri di questo genere, si tratta di una compilazione pura e semplice da fonti classiche e medioevali e la parte astronomica è molto povera. Benché Dante abbia indubbiamente studiato la struttura dell’Universo più a fondo di Brunetto Latini, nessuno dei suoi scritti rivela la minima familiarità con la Syntaxis di Tolomeo, mentre Aristotele, Plinio e specialmente Alfragano, pare siano stati gli autori dallo studio dei quali egli ha tratto maggior profitto. Egli cominciò scrivendo un’opera enciclopedica, Il Convito, che doveva comprendere quattordici libri, dei quali tuttavia solo quattro furono portati a termine. In quest’opera le sue idee cosmologiche sono esposte più sistematicamente con l’aggiunta di una buona quantità di astrologia e altre fantasie.
Le opinioni esposte nel Convito differiscono in pochi casi dalle idee della Divina Commedia; l’esempio più notevole di queste divergenze è dato dalla spiegazione delle macchie lunari. Nel Convito, II, 14, Dante dice che le macchie sono causate dalla rarità di alcune parti del corpo lunare, che non riflettono bene i raggi del Sole. In Paradiso, II, Beatrice tiene una lunga lezione dimostrando che questa teoria è erronea (perché queste parti sarebbero trasparenti e tali si rivelerebbero durante le eclissi solari); la Luna brilla di luce propria e questa differisce nei vari punti sotto l’influenza delle varie guide angeliche, proprio come le stelle dell’ottava sfera differiscono per luminosità a causa della diversa virtù comunicata loro dai Cherubini che le governano.

Continua…
Sabrina